Non solo alberi
Perbacco! #94 - Soluzioni concrete, oltre agli alberi, per fronteggiare le ondate di calore
Boccheggiare come pesci, ma sull’asfalto dei marciapiedi invece che in acqua. Capita in questi giorni, nel pieno della terza ondata di calore della stagione: 22 città italiane da bollino rosso, punte di 39-40°C.
Va peggio altrove: 44,3°C in Francia, quasi 42°C a Doksany, in Repubblica Ceca. Secondo l’OMS oltre 1.300 morti in eccesso legati al caldo in Europa dal 21 giugno.
Le reti di monitoraggio urbano, che da anni mappano l’isola di calore della città, dicono che chi abita in centro e chi abita in periferia vive due estati diverse sulla stessa pelle: la differenza media tra centri urbani e campagna circostante è di 5,6°C, e a Napoli sale fino a 9,4°C. Il centro città il calore lo produce, oltre a subirlo.
Questo il problema. Le soluzioni, però, esistono già. Lo dice in parte anche Stefano Mancuso ogni volta che viene intervistato, ma piantare alberi non è l’unica soluzione possibile.
Io sono Antonio Di Bacco. Aiuto le aziende a crescere tenendo insieme strategia e sostenibilità. Ho fondato Lymera per sostenere le PMI nella transizione. Oggi parliamo di caldo urbano, e di tutto quello che si può fare prima che cresca un albero.
Il racconto degli alberi
Quando si parla di raffreddare le città, la voce che arriva più forte in Italia è quella di Stefano Mancuso, che gira il paese e le tv con una proposta precisa: depavimentare il 20% delle strade urbane e trasformarle in corridoi di alberi, con una riduzione di temperatura stimata fino a 3°C nei centri storici.
Un’idea seria, con la fisica dell’evapotraspirazione a sostenerla e un paradosso che aiuta a capire l’urgenza: le città occupano meno del 2% della superficie terrestre e producono l’80% della CO2 globale.
Quella proposta da Mancuso è una nature-based solution, NbS per gli amici degli acronimi. Un intervento che risolve un problema urbano appoggiandosi a processi naturali invece che a cemento o elettronica. Funziona, dura, e fa più di una cosa alla volta: raffredda per evapotraspirazione, assorbe CO2, gestisce l’acqua piovana, restituisce un po’ di biodiversità.
Il limite, più che nell’idea, sta nei tempi. Non solo quello che serve per far crescere alberi che facciano davvero ombra, ma anche quello necessario per trovare lo spazio da sottrarre alle auto e il consenso dei residenti.
Ma la stessa tecnica, puntata su un pezzo di città diverso, aggira questi ostacoli.
Secondo uno studio fatto in tre città europee (Barcellona, Malmö, Utrecht), le aree commerciali e industriali coprono solo un quinto del tessuto urbano, ma ospitano oltre la metà delle superfici davvero convertibili in tetti verdi e parcheggi permeabili.
Asfalto già impermeabilizzato, quasi mai incluso nei piani contro il caldo, e con un vantaggio decisivo: lì a decidere è un proprietario solo, invece di cento residenti da convincere.
In Italia di superfici così ce n’è in abbondanza, dalle grandi aree dismesse come Mirafiori a Torino o l’ex Olivetti di Ivrea fino ai capannoni attivi di qualunque zona industriale.
E qui il discorso esce dai municipi ed entra nelle aziende, anche di piccola dimensione. Una mano di vernice riflettente taglia i consumi estivi di raffrescamento e si ripaga in tempi molto brevi.
Andiamo oltre gli alberi.
Una vernice, un tetto, due estati
Il modo più rapido per abbassare la temperatura di una città sta in un secchio di vernice. I cool roof, cioè vernici e materiali riflettenti per tetti e pavimentazioni, abbassano la temperatura delle coperture di 13,5°C nelle ore centrali del giorno e, costando poco, si ripagano in un paio d’anni.
Certo poi serve la manutenzione per non farle perdere riflettanza, ma la parte migliore è quanto poco serva per farli partire: basta scrivere una soglia minima di riflettanza solare nei capitolati di manutenzione ordinaria di edifici e strade pubbliche, gli stessi lavori che un Comune fa comunque ogni anno.
Nessun cantiere in più, nessun bando dedicato, nessun sindaco che taglia un nastro. Una riga di regolamento che vale quanto un progetto intero.
Ora facciamo un passo indietro, giusto qualche migliaio di anni, per poi tornare avanti.
Un canale persiano sotto Siviglia
Siviglia, tra le città più calde d’Europa, è anche la prima città al mondo ad aver dato un nome alle proprie ondate di calore, con una classificazione da uragano: le ultime si chiamano Zoe e Yago. Di fatto gli effetti sono quelli da eventi meteo estremi e forse dargli un nome riesce a far capire meglio perché bisogna agire subito.
A Siviglia, il quartiere di Cartuja ha rimesso in funzione il qanat, la millenaria tecnica persiana dei canali sotterranei per trasportare acqua fredda. Il progetto Qanat costa 5 milioni di euro, quattro finanziati dall’Unione Europea, e fa risalire in superficie aria rinfrescata da canali scavati a venti metri di profondità, senza un climatizzatore acceso.
Fisica semplice, consumo energetico quasi nullo, risultato visibile. Serve però un finanziamento pubblico, condizioni del sottosuolo che non tutte le città hanno, e un progetto su misura che a Siviglia ha comunque richiesto anni.
Sguardi
Il caldo urbano lo raccontiamo sempre come una faccenda da sindaci. Eppure metà delle superfici davvero convertibili sta dietro i cancelli delle aziende: tetti di capannoni, piazzali, parcheggi. Lì decide una persona sola, e i tempi si contano in mesi.
Gli alberi restano, e vanno piantati. Nel frattempo c’è già parecchio che possiamo fare senza aspettare che crescano: una vernice, un capitolato riscritto, un tetto guardato con occhi diversi.
Ecco, come spesso succede, è una questione di sguardi. Sui tetti come sul futuro delle nostre città e di noi che ci viviamo.
Spunti e appunti
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Quella chiusura mi ha colpito più di tutti i dati. "È una questione di sguardi. Sui tetti come sul futuro delle nostre città." Di solito il caldo urbano lo racconto come problema di chi amministra. Ma hai ragione — metà delle superfici disponibili appartiene a privati che potrebbero agire domani mattina, con una vernice e una decisione. Ho portato mio figlio di due anni a passeggio questa settimana. L'ombra che cercavamo era quella di un albero piantato trent''anni fa da qualcuno che non ha mai visto il risultato. Ogni albero è un atto di fiducia nel futuro di qualcun altro. Grazie per ricordarcelo — e per dirci che non dobbiamo aspettare che crescano.