Da cosa nasce cAsa
🍀 Perbacco! #78 - Perché le scelte abitative dicono più di noi di quanto immaginiamo
Dalle montagne italiane alle periferie ucraine, passando per un villaggio nascosto sotto una serra canadese: le storie di questa settimana parlano di casa, coraggio e scelte fuori dall’ordinario. Se vuoi scoprire cosa hanno a che fare con la tua vita quotidiana, accomodati.
Io sono Antonio Di Bacco, aiuto le aziende a essere più sostenibili e questa è una nuova puntata di Perbacco! - la newsletter che parla proprio di sostenibilità, etica e strategie d’impresa.
Se non l’hai ancora fatto puoi iscriverti a Perbacco! qui sotto.
Anche questo numero è supportato da Banca Etica, che ci aiuta a fare pace con i nostri soldi.
Ora cominciamo!
Vite ai margini
Nicola vive nella casa costruita dal suo bisnonno, tra i monti della Carnia, in Friuli-Venezia Giulia. Un luogo di pietra, silenzio e neve che arriva in orizzontale.
Ha scelto uno stile di vita non troppo diverso da quello del suo antenato: niente riscaldamento, l’orto come principale fonte di cibo, bisogni ridotti all’essenziale. E soprattutto la falce, con cui taglia l’erba a mano, ogni estate, come si ha sempre fatto fin da ragazzo.
Ulrich, invece, ha preso una strada ancora più radicale. Da oltre sei anni vive in una baita a 2.050 metri sulle Dolomiti, senza elettricità né acqua corrente. Dopo una vita da architetto a Berlino, ha deciso di mollare tutto. “Volevo tornare all’essenziale”, racconta il nipote in uno dei video in cui il protagonista è proprio suo zio.1
Col tempo, dice, la vita lassù è diventata più dura: l’età avanza, la motivazione a volte vacilla, la solitudine pesa quando la famiglia non sale spesso a trovarlo. Eppure Ulrich preferisce restare così, immerso nel silenzio delle montagne.
Sono solo due delle molte storie su cui, negli ultimi mesi, sono casualmente inciampato. Storie distanti per geografia e cultura, ma sorprendentemente vicine per sensibilità.
E tutte parlano, in modi diversi, di un’unica cosa: la ricerca di un equilibrio più umano.
Nei giorni scorsi si è parlato molto della famiglia che vive(va) in campagna, in Abruzzo, insieme a due figli. La loro scelta e la decisione dei giudici hanno generato reazioni indignate, raccolte firme e prese di posizione di politici con un’empatia a comando, guidata dal ritorno politico che ne può derivare.
Non voglio entrare nel caso specifico, perché servirebbe molto più approfondimento, ma certo c’è qualcosa in comune con le storie di Nicola, Ulrich e molti altri.
Non sono un manifesto né un rifiuto del progresso: sono un tentativo, ognuno a modo suo, di ritrovare un ritmo che non li travolga. Un rapporto più sincero con la natura. Un’esistenza che non sia guidata solo dal frastuono del “devi fare di più”.
C’è anche un’altra cosa che queste storie mettono in discussione: la casa, in tutte le sue forme.
La casa come rifugio, come confine, come ecosistema personale.
La casa come struttura, come luogo emotivo, come scelta di vita.
Ricordi di case
Ho cercato di fare mente locale per capire in quante case ho abitato, almeno da quando ho memoria: nove.
Sono cresciuto in un appartamento silenzioso, nel centro storico di un paese di 4.800 abitanti. Andavo a scuola con mia sorella, mano nella mano, attraversando piazze che allora mi sembravano degli enormi parchi giochi, il nostro mondo.
Poi sono arrivati gli anni universitari, con appartamenti condivisi che chiamare “spartani” è un eufemismo.
A Milano il rumore ti entrava nel letto. Letteralmente. Quando passava il tram 15 in Corso San Gottardo, i vetri della finestra al terzo piano accanto al mio materasso tintinnavano come se ci fosse una festa a cui nessuno ti aveva invitato.
In uno dei pensionati studenteschi dove sono stato, la stanza era di dieci metri quadrati, letto a scomparsa e lavandino nascosto dentro un’anta. Bagno in comune, naturalmente.
Poi finalmente una casa tutta mia, la libertà totale. Dopo un po’ di traslochi sono arrivato infine in quella attuale, a Torino, che oggi condivido con la mia famiglia. Una casa per me accogliente, conviviale, che racconta più di una storia già solo girandosi attorno. Ma fuori la qualità dell’aria non è certo tra le migliori d’Italia.
Ogni volta, dopo qualche anno, arriva sempre la stessa domanda: “Sto davvero bene qui?”
Questi muri, questo quartiere, questa aria, questi rumori… li voglio davvero nella mia vita? E quando hai una figlia piccola la domanda diventa più urgente, quasi fisica: questo è un posto sano dove crescere?
Forse è anche per questo che guardo con un misto di curiosità e ammirazione chi riesce a immaginare modi diversi di abitare il mondo.
Case che proteggono
Tra le startup che ho seguito come mentor in uno dei programmi di Climate KIC (parte dell’EIT - Istituto europeo di innovazione e tecnologia), ce n’è una a cui mi sono particolarmente affezionato: Geodesic.Life, fondata da Asya ed Eugene, non lontano da Kiev.
Propongono abitazioni prefabbricate a cupola, costruite con canapa, calce e legno lamellare incrociato. Case luminose, efficienti, pensate per integrarsi nel paesaggio e per garantire comfort termico con pochissima energia.
Sono case geodetiche, strutture composte da una rete di triangoli che distribuiscono il peso in modo uniforme. Risultato: grande stabilità, uso ridotto di materiali (fino al 33% in meno) e una capacità notevole di trattenere il calore.
Non è un ritorno all’austerità di Nicola o Ulrich. È quasi il contrario: un salto in avanti, una ricerca di armonia attraverso l’innovazione.
Eppure, anche qui, arriva il paradosso. Durante una delle nostre sessioni online, mentre parlavamo e loro erano collegati proprio dalla loro casa a cupola, abitata insieme ai due figli, non mi sono trattenuto dal chiedere se si sentono al sicuro. La loro zona è fuori dalle aree di conflitto più critiche, ma resta comunque sotto minaccia costante.
Mi ha risposto Asya con una calma ammirevole, quella di cui sono capaci le persone che sanno guardare oltre: “Dopo tanto tempo cerchi di farci l’abitudine. Vivi, continui a fare quello che devi fare. Speri che passi.”
Una casa modernissima, pensata per accogliere e proteggere un nucleo familiare, esposta a una guerra che non ha chiesto il permesso prima di arrivare.
Case condivise
E guardando oltre, anzi oltreoceano, ho scoperto un progetto di cohousing in Canada piuttosto sorprendente: WindSong, vicino Vancouver.
È nato trent’anni fa sotto una gigantesca vetrata che copre le strade pedonali del villaggio. Un’enorme serra al servizio della comunità: protegge dalla pioggia, permette ai vicini di incontrarsi, elimina la barriera delle stagioni.
Ci vivono 34 famiglie, ognuna con la propria casa a schiera, e condividono una casa comune di oltre 450 mq, completa di cucina, sala da pranzo, lavanderia, parcheggio sotterraneo e orti biologici.2
Non è fuga. Non è isolamento. È una scelta precisa: vivere insieme, con più cura e più relazione.
Abitare il presente
Case che proteggono, case che isolano, case che uniscono.
Case antiche, case supertecnologiche, case sotto assedio.
Alla fine, ciò che cerchiamo è lo stesso: un posto che ci permetta di essere umani e di stare a nostro agio nel nostro tempo e sul nostro pianeta.
Le storie di Nicola, Ulrich, Asya, Eugene e delle comunità come WindSong, parlano di paure, desideri e domande che sono anche nostre.
Ci ricordano che abitare non è solo occupare uno spazio, ma trovare e proteggere il modo in cui vogliamo stare al mondo.
— Sponsor —
Sai cosa fanno i tuoi soldi quando restano in banca?
Molti istituti li investono in combustibili fossili, armi e speculazione. Con Banca Etica invece finanziano cooperazione, ambiente, cultura, legalità e agricoltura sostenibile. Per questo dal 2023 ho deciso di diventare prima cliente e poi socio di Banca Etica.
Fai pace con i tuoi soldi…Passa a Banca Etica!

Italia a motore
“Eppur si muove”, il nuovo report Isfort sulla mobilità, racconta un’Italia che in realtà si muove pochissimo.
L’81% degli spostamenti in auto è sotto i 10 km e il 73% resta nel Comune: distanze perfette per bici o mezzi pubblici, ma l’auto resta un pilastro culturale. E non è solo pigrizia: molte aree interne e periferie non hanno alternative credibili, dopo decenni di investimenti concentrati sul trasporto su gomma.
Risultato: nel 2024 abbiamo raggiunto 70,1 auto ogni 100 abitanti, record europeo, con 41,3 milioni di vetture (di cui 10 milioni ancora Euro 0-3). E città come Torino segnano +13,8% nel tasso di motorizzazione in meno di dieci anni. A giudicare da ciò che vedo ogni giorno in strada, non fatico a crederci.
Divulgazione coatta
Mi ha agganciato con un video in cui insieme a Chiara Emme parla di riciclo con movenze e linguaggio da coatto romano. E poi altri video sulla gestione dei gatti domestici, sui lupi, sulle rinnovabili, ecc.
Fill Pill dimostra che si può fare ironia, anzi stand up comedy parlando di temi seri. Lui stesso si definisce “Tizio scherzosamente serio - Divulgatore coatto - stand up comedian - musico.“
È tutto per questo numero di Perbacco! Se vuoi parliamone nei commenti.
Qui in fondo trovi anche il ❤️ che puoi cliccare se ti è piaciuta questa puntata. Puoi anche condividerla con chi potrebbe apprezzarla.
Nella scorsa puntata abbiamo parlato di rigenerazione e fotografia. Se non l’hai ancora letta la trovi qui:
Se vuoi invece rispondere a qualche breve domanda su questa newsletter, puoi farlo da qui. Grazie!
Se vuoi saperne di più su Nicola trovi qui il video su YouTube, mentre su Ulrch e il suo stile di vita c’è un intero profilo Instagram gestito dal nipote.
Del cohousing canadese ha parlato Bernardo Cumbo sul suo profilo Instagram.







Due bellissimi esempi di riabitare quelli che hai segnalato. Ecco, trovare un posto da condividere come quello canadese sarebbe un sogno.
Un giorno mi piacerebbe che qualcuno realizzasse - se non è già stato fatto - un documentario che spieghi come la cultura dell'auto sia diventata così pervasiva nel nostro paese, e che metta a raffronto la nostra rete di mezzi pubblici urbani e interurbani rispetto ad altri paesi europei (equiparandolo al loro utilizzo dell'auto).