Sole cocente, caldo infernale. Un fine maggio con l’aria condizionata a fare già da spartiacque tra inferno e paradiso. Io resisto nel mio studio con giusto uno spiffero di finestra aperta a nord.
Quando mi affaccio dal balcone conto quanti condizionatori sono già accesi. Poi lo sguardo va verso i tetti. Tegole, guaine nere come il petrolio.
Di pannelli solari ancora pochi. Eppure il mercato dell’energia solare, là fuori, è in piena corsa.
A correre è soprattutto la Cina, con produzioni e spedizioni a un ritmo che non ha precedenti. I numeri dicono quanto tira il mercato, ma anche come si stanno ridisegnando gli equilibri geopolitici. Ed è solo un pezzo della storia di oggi, che ci porta anche dentro la filiera di produzione dei pannelli.
Io sono Antonio Di Bacco. Aiuto le aziende a crescere tenendo insieme strategia e sostenibilità. Ho fondato Lymera per sostenere le PMI nella transizione.
Il record di marzo
A marzo 2026 le esportazioni cinesi di solare, batterie e auto elettriche sono cresciute del 70% rispetto a un anno prima, il massimo di sempre, secondo i dati doganali analizzati da Ember. Le sole batterie hanno toccato i 10 miliardi di dollari in un mese. E il solare, misurato in potenza, ha spedito in un mese l’equivalente dell’intera capacità fotovoltaica installata della Spagna.
Dietro il balzo c’è anche la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran: con lo shock sui prezzi del gas e del petrolio, mezzo mondo si è messo a comprare pannelli. A Pechino questi tre settori li chiamano “i nuovi tre”, e ormai valgono come una volta valevano i vestiti e gli elettrodomestici. Più che un picco passeggero, un’industria che ha cambiato scala.
Una piccola parte della corsa, per la verità, ha una spiegazione molto poco epica. Fino a fine marzo la Cina rimborsava agli esportatori una fetta dell’imposta su pannelli e batterie, una specie di sconto fiscale che li rendeva più convenienti all’estero. Dal primo aprile quel rimborso si è ridotto, e gli esportatori hanno spedito tutto il possibile prima della scadenza. Una corsa a svuotare il magazzino.
Un piccolo dettaglio che la dice lunga su quanto una decisione fiscale presa a Pechino possa spostare i prezzi sul tetto di un capannone di provincia.
E noi dove siamo, in tutto questo? In coda. Dietro tutti.
In Italia il consumo di fonti fossili fa fatica a scendere, e ce ne accorgiamo sia dalle emissioni che dalle bollette. Nel resto d’Europa le rinnovabili crescono quasi quattro volte più in fretta che da noi.
Bravi a riciclare la spazzatura, lenti a smettere di bruciare gas.
Resta da capire perché tutti gli altri corrano. E la risposta è meno nobile di quanto vorremmo.
Sotto il pannello, la filiera
Il mercato del solare non tira per buoni sentimenti. Tira perché il solare è diventato uno dei modi più economici al mondo di fare elettricità.
Secondo l’agenzia internazionale per le rinnovabili IRENA, nel 2024 nove nuovi impianti rinnovabili su dieci, in tutto il mondo, hanno prodotto elettricità a un prezzo più basso della più conveniente alternativa fossile.
Per la prima volta nella storia industriale il conto della spesa e il conto delle emissioni puntano nella stessa direzione. Tra un pannello e una centrale a gas non c’è partita, né ambientale né economica.
Aggiungiamo però un terzo livello di lettura, cioè da chi e come viene costruito un pannello. Qui la faccenda si complica.
Quasi tutto ciò che compone un pannello nasce in Cina: la stragrande maggioranza dei wafer, delle celle e dei moduli finiti. Stiamo facendo con il solare quello che per decenni abbiamo fatto con il gas russo: affidare la nostra energia a un fornitore solo. Le emissioni calano, l’esposizione resta.
Cambiamo il padrone della dipendenza, non la dipendenza.
E l’Europa, che le fabbriche di clean tech in gran parte non le ha, finisce per comprarle dall’unico che le ha in abbondanza, finanziandone l’industria.
L’autonomia energetica vera la costruisci se sai produrre, non solo se sai installare.
Da notare come da poco l’export cinese di pannelli finiti ha smesso di crescere, ma a salire sono celle e wafer, i componenti che stanno a monte. L’India se li compra per assemblare i moduli in casa propria. Tradotto: anche quando il pannello sembra arrivare da altrove, il cuore della filiera resta cinese. La dipendenza non sparisce, scende solo di un gradino, dove si vede meno.
Dal chi al come
Chi ha in mano la produzione sembra molto chiaro. Vediamo ora il come, cioè un aspetto più scomodo e che riguarda il polisilicio, la materia prima da cui tutto parte.
Viene in larghissima parte da una sola regione: lo Xinjiang, nel nord-ovest della Cina. Lì il carbone costa poco e alimenta i forni che lavorano il silicio a temperature da fonderia: l’elettricità da sola pesa intorno al 40% dei costi di produzione, ed è questo che rende la regione così attraente per chi fabbrica pannelli.
Su cosa accada dentro quei capannoni, per anni si è discusso. C’è chi faceva notare che la produzione di polisilicio è molto automatizzata, e che con così poca manodopera impiegare lavoratori coatti avrebbe avuto poco senso economico.
Le inchieste più recenti hanno però spostato l’ago. Quella della Sheffield Hallam University, la più documentata, collega gran parte della filiera ai programmi statali di “trasferimento del lavoro” che riguardano la minoranza uigura, e parla apertamente di lavoro forzato.
Un quadro che si appoggia anche alle conclusioni dell’Alto Commissariato ONU per i diritti umani, secondo cui le detenzioni di massa nella regione potrebbero configurare crimini contro l’umanità.
Il governo cinese respinge ogni accusa, la regione è di fatto chiusa agli osservatori indipendenti, e gran parte di ciò che sappiamo arriva da ricostruzioni indirette. Quel che è certo è che la materia prima della transizione passa, in buona parte, per uno dei posti più opachi del pianeta.
Tre piani sovrapposti, una sola conclusione: la transizione non è un atto pulito.
Sul piano ambientale abbiamo ragione a elettrificare, e su questo i dubbi sono pochi: il fossile resta sbagliato per come è fatto.
Su quello industriale stiamo solo scegliendo da chi dipendere.
Su quello sociale, resta il dubbio che una parte della sua storia poggi su pratiche lavorative tutt’altro che rassicuranti.
Alla fine la transizione assomiglia a quasi tutte le cose serie: nessuna è del tutto pulita e fingere il contrario è il modo più rapido per farsi male.
Pur se dalla Casa Bianca in giù rimangono le ben note resistenze, la direzione ambientale sembra essere tracciata. Sul chi produce e sul come, invece, si può fare di meglio.
Spunti e appunti
Cose che ho letto, visto o ascoltato:
La scadenza fissata dalla Commissione Europea si avvicina: dal 19 luglio 2026 le grandi aziende del fashion non potranno più distruggere i capi invenduti come pratica ordinaria. Adesso le aziende devono dichiarare quanto distruggono, perché, e cosa stanno facendo per evitarlo. - La notizia sul sito della Commissione EU
Hai presente le ciabatte use e getta negli hotel? The Times fa il punto su quanto inquinano. Spoiler: non poco. - Video su Instagram (Eng)
Città “commestibili”: tetti e giardini trasformati in orti valgono 20 milioni di tonnellate di cibo - Economiacircolare.com
Gioco d’azzardo o piattaforma di trading? Anche la Spagna blocca Polymarket - Il Post
E visto che oggi abbiamo parlato di Cina… ”Anche i cinesi si ribellano allo sfruttamento”. Cosa è successo a Prato dopo lo sciopero in un’azienda tessile - Internazionale
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