In questi giorni le aule italiane si riempiono regione dopo regione, da Bolzano che ha aperto per prima alla Puglia che chiude la fila. Quest’anno, insieme ai libri, in classe entra qualcosa su cui nessuno ha ancora le prove.
Da un lato le aziende tecnologiche che portano i loro chatbot nelle scuole di mezzo mondo, ministero per ministero. Dall’altro governi e organizzazioni internazionali in ordine sparso: chi vieta, chi sperimenta, chi si fa costruire uno strumento su misura. Due idee molto diverse di cosa voglia dire insegnare l’intelligenza artificiale.
Io sono Antonio Di Bacco, consulente aziendale per l’innovazione e la sostenibilità. Questa è Perbacco!, la newsletter su impresa, tecnologia e ambiente che parte sempre da un fatto concreto.
Si riparte dopo l’estate con un rientro a scuola diverso dagli altri, e con una domanda che riguarda anche chi a scuola non ci va più da parecchio.
E scusate se non sono stato puntuale nell’invio ma siccome questa newsletter (checché ne dica Substack) non la scrive l’AI, ho dovuto far sedimentare i pensieri e riscriverla tre volte prima di farla partire. Buona lettura.
Un pomeriggio, un’app
Qualche mese fa sono andato dall’osteopata perché la schiena aveva deciso di ricordarmi che esiste. Mi aveva promesso una lista di esercizi tarati sul mio caso, se n’è dimenticato, e sulla porta mi ha lasciato due indicazioni al volo.
Alcuni esercizi li conoscevo già dai cicli precedenti, altri li ho cercati con l’AI: una dozzina in tutto. Dal Word stampato sul comodino sono passato a TonicA, una web app costruita in un pomeriggio, perché ho pensato che una cosa da fare ogni giorno dovrebbe stare nel telefono.
Chemimangio invece pianifica i pasti sulla mia dieta vegetariana e tira fuori la lista della spesa. Dentro ci ho messo vincoli, gusti, abitudini, alcune informazioni di salute, per tararla su di me. Da lì sono uscite correzioni alimentari che mi hanno consentito di risolvere alcuni fastidi che mi portavo dietro da molti anni.
Sviluppatore non lo sono mai stato, ma nel digitale ci lavoro da ventisette anni, e la distanza tra avere un’idea e vederla funzionare si è accorciata al punto che un pomeriggio basta. È per questo che, quasi per diletto, durante le vacanze ho preparato anche un corso di finanza personale, Backhand per le (pessime) statistiche delle mie partite di tennis e una web app per la respirazione guidata nei vari momenti della giornata (battezzata RespiriAmo).
Tra quelle di lavoro non potevano mancare anche una dashboard per tracciare ore, budget e scarto tra preventivato e reale e il mio nuovo sito web rifatto da zero.

Studio e lavoro da tempo nell’ambito della sostenibilità, a cui si è aggiunta l’AI da quattro anni. Sono i due temi che stanno muovendo il terreno sotto i piedi di imprese, lavoratori e cittadini, i due maggiori driver di innovazione da cui passa il presente e soprattutto il futuro del pianeta e di chi ci abita.
Per capirli meglio sento la necessità di metterci anche le mani e non solo la testa. Costruire app è un modo per imparare. Il modo in cui l’intelligenza artificiale entra in classe mi interessa perciò più di qualunque annuncio di prodotto. Lì si decide se l’AI serve a imparare o a consegnare un compito.
L’esperimento più grande
Natasha Singer, sul numero di ieri della newsletter The World - del New York Times, ha messo in fila i numeri. Solo quest’anno OpenAI ha firmato accordi sull’istruzione con Grecia, Giordania, Kazakistan, Slovacchia, Trinidad e Tobago.
Microsoft dice di aver formato oltre 160.000 insegnanti in Thailandia, Anthropic conta docenti in più di 60 paesi, Google ha acceso Gemini dentro Classroom, che usano decine di milioni di studenti.
Prove solide e sottoposte a revisione che tutto questo migliori i risultati scolastici non ne esistono, e diversi studi recenti indicano il contrario su pensiero critico e comprensione del testo.
I governi rispondono in ordine sparso. New York, il distretto scolastico più grande degli Stati Uniti, ha fermato per un anno l’uso da parte degli studenti a elementari e medie. La Norvegia limita, l’Islanda li fa usare agli insegnanti, l’Estonia si è fatta costruire un chatbot in lingua estone che fa domande agli studenti invece di rispondere al posto loro.
E qui?
L’Italia nel pezzo non compare, ma è dentro l’esperimento come gli altri. Il 59° Rapporto Censis di maggio dice che il 32,5% dei genitori ammette che i figli usano l’AI per i compiti, mentre il 66,7% chiede il divieto assoluto dello smartphone in classe.
La sperimentazione pubblica va avanti: 15 classi in quattro regioni dal 2024/25, con Gemini dentro Google Workspace for Education, e INVALSI proverà a confrontare classi sperimentali e di controllo entro dicembre. Intanto l’AI entra nei programmi di educazione civica e ci sono 100 milioni per fare di circa 2.100 scuole altrettanti hub di formazione. In parallelo, smartphone vietati fino alle superiori.
Vietiamo il telefono e installiamo il chatbot, come se il pericolo abitasse nell’oggetto invece che nella delega. E l’ordine è rovesciato: l’adozione è già decisa, la misurazione che dovrebbe giustificarla arriva a dicembre.

Ponti di carne
Ho letto di recente una definizione che mi è rimasta impressa: meat proxy (letteralmente: sostituto della carne). Viene definita così la persona che inoltra un testo, del codice o un qualsiasi output prodotto dall’AI senza averlo letto, capito o verificato. Un ponte di carne tra la macchina e il destinatario.
Le app che ho sviluppato io le uso quotidianamente. Se un esercizio o un piatto suggerito sono errati o bizzarri, me ne accorgo subito.
Se uno studente usa l’AI facendo da meat proxy, non è detto che un ritorno ce l’abbia e che ce l’abbia in tempo utile. Magari riesce a spuntare un buon voto, passa indenne l’interrogazione, ma potrebbe succedere che se ha imparato poco o nulla il conto gli arrivi quando sarà troppo tardi.
Puoi costruire un’app per imparare oppure usarla per non dover imparare. Stesso strumento, direzione opposta.
Addestrare o alfabetizzare
È evidente che le aziende tecnologiche hanno un dovere verso i loro azionisti, e da lì discende il tipo di formazione che finanziano: come si usa un chatbot, come si verificano le sue risposte. Addestramento al prodotto, che poi è il loro mestiere.
Le scuole invece hanno un dovere verso i ragazzi, e l’UNESCO chiede infatti un’altra cosa. Mark West, che lì si occupa di istruzione, la mette così: “La questione non è come usare un chatbot. È: cosa sono i chatbot? E cosa ci stanno facendo?”
Resta da capire chi debba dimostrare cosa. Finora tocca alle scuole stare al passo, mentre alle aziende tecnologiche nessuno chiede di dimostrare che l’AI aiuti veramente nell’apprendimento.
Mentre insegniamo ai ragazzi a guidare l’intelligenza artificiale, varrebbe la pena insegnargli a vedere quando è lei che sta guidando loro.

Spunti e appunti
Cose che ho letto, visto o ascoltato:
Sempre a proposito di AI, Jacob Coxon si è dimesso da Anthropic, dove addestrava i modelli dopo due anni passati in OpenAI, scrivendo su X che “le persone che sviluppano l’intelligenza artificiale credono sinceramente che potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio”. E non è il primo a dirlo. - Il Post
Sostenibilità e impegno sociale sono spariti dalle agende di imprese e politica proprio adesso che servirebbero, e il purpose è scivolato da imperativo morale a formula vuota. La proposta è smettere di resistere e mettersi a progettare alternative, a partire da una sostenibilità riletta come egoismo comunitario. - Futuri preferibili di Paolo Gervasi
Plastic Overshoot Day: il 6 settembre i rifiuti plastici prodotti nel mondo hanno superato la nostra capacità di gestirli - La Nuova Ecologia
Rimango sempre più impressionato dall’opera di documentazione e denuncia che riesce a fare questo ragazzo russo-israeliano che ha deciso di spendere la sua vita al fianco dei palestinesi minacciati e spesso uccisi in Cisgiordania. Per di più su Instagram (spesso incline alla censura)
Nel frattempo il documentario NAZA - opera dello stesso autore di No other land, visibile su Rayplay - si è preso 25 minuti di applausi a Venezia - Rivista Studio
Pappagalli monaci a Roma, upupe, Israele e vannacciani. Storia, politica e zoologia in un mix effervescente. Non l’ho ancora ascoltato tutto, ma se queste sono le premesse della nuova puntata di Tintoria con Fill Pill, direi che promette bene - Su YouTube e altrove
Ho chiesto con una Nota a chi è sbarcato di recente su Substack cosa ce lo avesse portato. Le risposte, parecchie, si dividono tra chi cerca uno spazio lontano da social diventati tossici e chi vuole una voce propria per esprimersi. Substack sta mantenendo ancora la promessa? Se vuoi dire la tua, trovi tutto qui.

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Nella scorsa puntata di luglio abbiamo parlato di uso spregiudicato dell’AI e pensiero critico. Se non l’hai ancora letta la trovi qui:
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